Costretti ad essere globali. Che Europa saremo dopo la pandemia

Intervista con Pascal Lamy di Michele Bellini

Il 1985 segna uno spartiacque nella storia europea: sotto la guida di Delors, che proprio quell’anno si insediava come Presidente della Commissione Europea, si sarebbe avviata una profonda fase di trasformazione che avrebbe portato la Comunità a diventare un’Unione, attraverso il completamento del Mercato Unico e la ratifica del Trattato di Maastricht. È in quello stesso anno che a Bruxelles Pascal Lamy varca la soglia del Berlaymont come capo di Gabinetto e braccio destro di Jacques Delors. Pascal Lamy è stato uno dei protagonisti non solo di questa stagione di cambiamento, ma anche di quelle successive, sia in ambito europeo che mondiale. Commissario per il Commercio nella Commissione Prodi (1999-2004) prima e Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (2005-2013) poi, Lamy ha maturato un’esperienza che in pochi possono vantare. Non a caso, i tanti che lo sentono parlare o ne leggono gli scritti concordano sul fatto che i suoi interventi offrano sempre spunti di
riflessione preziosi e mai banali, per interpretare la realtà e le sue dinamiche complesse. E questo non solo su questioni strettamente economiche, ma anche in ambito geopolitico – è Presidente del Paris Peace Forum, piattaforma per progetti di governance globale lanciata da Macron nel 2018 – e sulle riflessioni politiche e antropologiche legate al progetto europeo, nel 2017, ha creato una Cattedra di Antropologia dell’Europa
Contemporanea presso l’Università di Lovanio proprio per promuovere la ricerca sul vissuto e le rappresentazioni degli europei, in tutta la loro diversità.

Che Europa era quella del 1985? Quali differenze con quella odierna?

Prima di tutto, il mondo era più semplice; l’Europa era più semplice, più giovane. Se confrontiamo l’UE di oggi con quella di allora, eravamo meno numerosi e questo rendeva le linee di unione e disunione più simmetriche rispetto a quelle di oggi, che sono sempre più complesse, sia sul piano ideologico sia economico. Era, poi, un’Europa più giovane e proprio per questo godeva di un maggior slancio creativo e di maggiori opportunità. È la differenza tra l’entusiasmo e le energie di un giovane e quelli di qualcuno un po’ più avanti con l’età, più esperto, più prudente. In questo secondo caso le opportunità sono più difficili da creare, se non le si è già sfruttate.

Cosa intende con «era un mondo più semplice»?

Uscivamo dalla Guerra Fredda ed era l’inizio del grande periodo della globalizzazione, mosso da uno spirito di unità ideologica del capitalismo di
mercato liberale, al quale l’UE era perfettamente adatta nel suo mix ideologico, economico e politico. Il mondo oggi è totalmente diverso, molto più frammentato e diviso. Siamo entrati in una sorta di nuova Guerra Fredda, che ricorda quella vecchia, ma dove la posta in gioco per l’Europa non è più soltanto economica, ma anche ideologica e tecnologica.
Questo non significa, però, che oltre a un’integrazione sempre più forte sul piano economico l’Europa non abbia fatto dei passi in avanti sul piano
politico. Basti vedere fino a che punto quanto accaduto con l’accordo sul Recovery Fund abbia mobilitato i media europei e mondiali; è incomparabile con quello che sarebbe successo nel 1985, quando fu nominata la prima Commissione Delors. In quel contesto la rilevanza mediatica dell’avvenimento sarebbe stata certamente molto minore rispetto ad oggi: la notizia probabilmente sarebbe stata riportata solo da giornali specializzati o sui canali TV e radio più strettamente legati all’attualità.

Tanti cambiamenti, dunque, molti in positivo. Se dovesse citarne uno in negativo, a cosa penserebbe?

Se da un lato ci sono stati molti progressi, come ad esempio arrivare a un’Unione Europea più grande e con più peso economico, è però indubbio che abbiamo perso peso dal punto di vista tecnologico. Nel 1985 potevamo vantare di essere coloro che avevano inventato lo standard GSM, il primo standard della generazione mobile. In un mondo sempre più dipendente “dall’economia della conoscenza”, la perdita di potere nella frontiera tecnologica è un problema. Il mondo di oggi richiederebbe di recuperare la leadership tecnologica se teniamo al nostro modo di vivere, ai nostri valori e alla nostra civiltà, che rimangono – è un dato di fatto – ambìti dal resto del mondo.

Può spiegarci meglio?


Molti paesi del mondo che si trovano tra il capitalismo americano – e le sue violenze – e il capitalismo cinese – e le sue punizioni – sognano qualcosa di simile all’Europa. Penso che la dimensione del sogno europeo fosse, ovviamente, più presente nel 1985 e che Delors l’abbia capita e interpretata molto bene, perché era un uomo di progetto e di ambizione. È certo, però, che quel disegno oggi è mutato, sebbene rimanga ancora il sogno di un’Unione che conservi i tratti distintivi della nostra civilizzazione europea.

Pensare alla Commissione Delors significa pensare a una Commissione che tiene testa agli Stati membri. Se invece osserviamo le dinamiche emerse negli ultimi anni, la Commissione è passata in secondo piano rispetto al Consiglio europeo. Qual era secondo lei la formula magica di Delors per mantenere un maggiore equilibrio interistituzionale?

Anche qui le cose sono cambiate molto. All’epoca, lo spettro di intervento dell’Unione era limitato ai settori in cui il Trattato di Roma riconosceva alla Commissione il monopolio dell’iniziativa. Inoltre c’era un articolo del Trattato di Roma, che in pochi conoscono ma assolutamente essenziale, che stabiliva che una proposta della Commissione può essere modificata solo con il consenso unanime del Consiglio. È la chiave del tabernacolo europeo. Nel frattempo, però, lo spettro delle attività dell’Unione si è allargato a settori in cui la competenza è condivisa e, perciò, quella clausola è
stata necessariamente esclusa. Così facendo, istituzionalmente siamo tornati indietro rispetto a questa sorta di primato istituzionale della
Commissione. C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione. All’epoca il Parlamento europeo aveva molto meno potere rispetto ad oggi, per cui il campo d’azione della Commissione non era limitato
a un triangolo istituzionale, ma era un faccia a faccia con il Consiglio, grazie anche a questa clausola che dava alla Commissione una sorta di leva
istituzionale. Oggi, invece, siamo in un sistema molto più classico.

Cioè?


Esiste uno spazio politico strutturato con quattro istituzioni. C’è un quasi-governo che è la Commissione; una camera alta che è quella degli Stati,
cioè il Consiglio; una camera bassa, il Parlamento – anche se va detto che, come saprà chi conosce la storia del parlamentarismo, nella realtà dei fatti le camere inferiori sono camere alte in quanto a peso istituzionale, mentre quelle superiori sono camere basse – e una Corte costituzionale fondamentale. In Europa, siamo nella situazione in cui la Commissione
si confronta con la camera alta – il Consiglio – più che con quella bassa – il Parlamento – anche se formalmente deve animare il triangolo istituzionale e la sua posizione è cambiata. Ed è qui che dobbiamo tornare al segreto del tabernacolo: una delle sue migliori virtù era che, più l’Unione si allargava, più diventava impossibile trovare l’unanimità contro la Commissione e questo, secondo alcuni specialisti, non era sostenibile. La situazione oggi è cambiata perché parte di questo potere della Commissione è stato
ridotto e un’altra parte è stata condivisa con il Parlamento europeo, che ora, in molti casi, deve trovare una maggioranza al suo interno, mentre all’epoca era prevalentemente consultivo. Quindi, in un certo senso, non è anormale aver assistito a questo cambiamento del ruolo della Commissione. Se la Commissione è un quasi-governo, e il Consiglio è un senato, e il Parlamento è una camera bassa, diventa allora necessario fare delle concessioni per assecondare la natura di un modello di democrazia parlamentare bicamerale.

Lei prima accennava al fatto che siamo in una nuova Guerra Fredda. Lei presiede il Forum di Parigi sulla Pace, che concentra i suoi sforzi proprio sulla salvaguardia della pace attraverso il multilateralismo e progetti di governance globale. Pensa che la pace sia minacciata dal sempre più esplicito conflitto sino-americano?


Non nel senso di un conflitto armato. Se il parallelismo ha un senso, penso che questo conflitto rimarrà “freddo”, senza, quindi, una classica guerra
distruttiva e la perdita di molte vite umane. Fortunatamente. La grande somiglianza con la Guerra Fredda è che questo conflitto non è nato da un
desiderio di aggressione egemonica. La sua origine è da ricercare in un sentimento di reciproca vulnerabilità delle due potenze: non si tratta di una volontà di invasione della Cina da parte degli Stati Uniti o viceversa, ma di una reciproca percezione di essere minacciati.

Che tipo di minaccia?


L’Occidente si sente minacciato dalla Cina a causa di una rivalità ideologica che la presidenza di Xi-Ji-Ping ha affermato e reso evidente, offrendo un
modello da emulare nel mondo, cosa che il predecessore dell’attuale presidente stava attento a non fare. Questa rivalità è ideologica e tecnologica – pensiamo all’affare Huawei. Il mondo occidentale ha paura di una Cina cyber-potenza che possa penetrare nei sistemi digitali. La Cina, dal canto suo, ha paura delle rivoluzioni e se si interpreta quanto accaduto a
Hong Kong alcuni mesi fa, ne abbiamo conferma. Si tratta, ripeto, di una rivalità che riflette le debolezze percepite, piuttosto che forze che dovrebbero essere imposte.


Ha citato le similitudini con la Guerra
Fredda; una differenza?


Una grande differenza rispetto al passato è dovuta al fatto che il mondo è diventato più virtuale e in una rivalità di questo tipo, che comporta
un’escalation, la nozione di soglia di pericolo è diventata molto più sottile e difficile da determinare. Quando, ad esempio, nel 1962 c’è stata la “crisi dei
missili”, c’erano dei razzi da installare sul territorio cubano: c’era, quindi, qualcosa di materiale, concreto, a cui fare riferimento nella rappresentazione politica. In quelle circostanze c’era una soglia fisica, che o veniva oltrepassata o non veniva oltrepassata. Oggi, nell’ambito degli attacchi nello spazio cibernetico tutto diventa molto più complicato. L’Europa si sta avvicinando a questo momento in una condizione di relativa
debolezza dal punto di vista tecnologico e digitale. In una rivalità di questo tipo, fare perno solo sulle dimensioni e sulla profondità del mercato europeo non è sufficiente a garantire la difesa dei nostri interessi. Proprio per questo, il contesto attuale è più pericoloso per l’Europa e per i suoi
valori.

La pandemia ha reso più evidente il “lato
oscuro della globalizzazione”. In generale,
che futuro vede per il processo di
globalizzazione?


Sullo sfondo del dipinto rimane l’immagine di un mondo che si sta globalizzando economicamente. Le infrastrutture, nel senso marxista
del termine, vanno in questa direzione: la tecnologia continuerà a ridurre le distanze, i vantaggi della specializzazione e dell’apertura continueranno a
prevalere nell’insieme. Stiamo assistendo contemporaneamente a un processo di unificazione e di frammentazione delle infrastrutture rispetto al
precedente periodo di globalizzazione. Le infrastrutture continuano a integrarsi mentre i grandi mercati si frammentano a causa di differenze
ideologiche, per la maggior parte, o religiose. Il mondo del 1985 era un mondo in cui non esisteva una simile polarizzazione dovuta ai credi religiosi, le divisioni religiose erano meno marcate. La crisi Covid ha esasperato il contrasto tra unificazione economica e tecnologica e frammentazione politica: basti pensare che il livello di cooperazione
internazionale non è mai stato così basso come in quest’ultima crisi.

Un processo, appunto, esasperato dalla crisi ma che non è del tutto nuovo…

Questa globalizzazione aveva già iniziato a trasformarsi marginalmente con eventi come Fukushima, la crisi del 2008 e alcune innovazioni tecnologiche che hanno sconvolto le catene del valore intorno alle città. Quindi l’idea che alcune reti di approvvigionamento fossero fragili c’era già. Però, le
tante discussioni sulle virtù e le debolezze della globalizzazione si concentravano prevalentemente sugli aspetti sociali della globalizzazione – i cosiddetti vincitori e vinti – più che su quelli economici e politici. Con il Covid questa idea di fragilità delle catene del valore ha assunto dimensioni molto più marcate, poiché riguarda la salute delle persone. Rifornendoci
dall’estero siamo diventati più vulnerabili e questo ha ovviamente provocato una reazione politica. È un elemento di complicazione che si sovrapporrà alle dinamiche pre-esistenti che ho citato. Infatti, uno dei
problemi del precauzionismo – termine che utilizzo in contrasto con protezionismo per indicare come in questa fase il focus non è su come tutelare le aziende dalla concorrenza internazionale attraverso dazi, ma
tutelare cittadini e consumatori dai vari rischi attraverso standard – è che le preferenze collettive sono oggi molto più varie. Proprio per questo, in un contesto di frammentazione ideologica, è molto più difficile arrivare a soluzioni largamente condivise.

In effetti lei ha utilizzato molto il termine “precauzionismo” per indicare le riconfigurazioni della globalizzazione a seguito della pandemia. Può spiegarci?

Ci saranno delle conseguenze sulla configurazione del futuro della globalizzazione, nel senso di una multi-localizzazione dei processi di
produzione di beni e servizi. Certe catene di produzione miglioreranno la loro resilienza, anche attraverso alcune ri-localizzazioni, mentre in altri ambiti le delocalizzazioni continueranno, e la digitalizzazione contribuirà a velocizzare queste dinamiche. In altri termini, la crisi Covid è un’opportunità per una riconfigurazione in entrambe le direzioni causata essenzialmente da un repricing del rischio, dove c’è un prezzo relativo come quello del valore della vita umana, che genera una sorta di picco speculativo con conseguenze sullo sviluppo dei sistemi di produzione
che consentono la globalizzazione. Ci sarà una parte della delocalizzazione che gli europei potrebbero riuscire a gestire attraverso un compromesso tra il costo della rilocalizzazione locale e il perdersi in una delocalizzazione
globale. Tutto questo genererà tensioni complesse che vanno gestite, perché i produttori hanno bisogno di un mercato dalle dimensioni più grandi possibili. Ciò mi porta a pensare che questi fenomeni che corrispondono
a un normale spirito di protezione saranno più limitati di quanto suggeriscano i discorsi odierni.

Come in tutte le cose, siamo in presenza di un trade-off. La pandemia ci ha fatto riscoprire anche questo concetto, usato quotidianamente dagli economisti ma quasi scomparso nella discussione politica: l’idea che è necessario compiere delle scelte…


Per tornare al discorso della vulnerabilità e della fragilità delle filiere produttive, mi piacerebbe che il dibattito pubblico si basasse su una misurazione di questo fenomeno. Che cos’è una catena del valore?
Quanto fragile può essere una catena di approvvigionamento? Qual è esattamente il problema che deve essere risolto? Credo che dobbiamo far
atterrare questo problema in una realtà che, a volte, è più complessa di quanto si possa pensare.

Una specie di stress test della globalizzazione economica come quelli fatti dopo la crisi del 2008 per testare la solidità del sistema bancario.

Dobbiamo prendere in prestito parte della governance precauzionale dal sistema finanziario, ma non solo. Per analogia con quanto accaduto per il
clima al Forum di Parigi sulla Pace, potremmo creare un comitato in materia di salute. Si tratterebbe, quindi, di riunire un gruppo di persone esperte che forniscano una panoramica sull’argomento e che alimentino il dibattito pubblico con fatti, cifre e dati. Probabilmente all’origine principale della crisi Covid potrebbe esserci una mancanza di trasparenza durante un periodo critico quale è stato quello della diffusione del virus.

Senza contare le responsabilità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità… Parlando di organizzazioni multilaterali, l’OMC è morta?

Nella misura in cui il commercio internazionale continuerà a progredire, penso che avremo bisogno di un sistema che definisca e gestisca questi scambi. Tutto è diventato molto più difficile a causa delle divergenze dei sistemi economici: non appena la Cina ha cessato di convergere verso il modello di capitalismo di mercato liberale che aveva intrapreso tra gli anni Ottanta e il 2008. Non credo che dovremo ricreare un OMC senza la Cina come alcuni propongono. Penso, però, che i cinesi non potranno continuare a beneficiare dell’apertura commerciale data dall’appartenenza all’OMC, senza mettere in pratica alcuni princìpi internazionali, soprattutto in aree in cui è carente, come gli aiuti di stato. L’OMC è un sistema di cui abbiamo bisogno, ma tutti devono capire che le virtù del libero scambio avvengono solo a determinate condizioni, che devono essere rispettate e concordate. E i cinesi devono essere persuasi che è nel loro interesse accettare decisioni
collettive.

Veniamo ora a un altro tema emerso tra le conseguenze della pandemia: il rischio che una ripresa ineguale possa acuire le disuguaglianze territoriali, lasciando indietro aree rurali che già soffrivano di un fenomeno di spopolamento. Lei che ne pensa?


Non credo si tratti di un problema cittàcampagna, quindi non è un problema di urbanizzazione, piuttosto dei gruppi urbani e delle realtà territoriali che li circondano. In Francia, è un problema di centri e periferie, cioè di segregazione spaziale che porta, a sua volta, ad altre segregazioni, a
partire dalle scuole. La catena di riproduzione delle disuguaglianze spaziali passa per le scuole, per i costi di trasporto, per la distanza. Da un certo punto di vista, la città esaspera alcune dinamiche che le sono proprie,
e questo le conferisce un notevole vantaggio comparativo, allo stesso tempo però la digitalizzazione offre opportunità per rimediare all’aspetto della
distanza. Prendiamo Parigi: la città ha i suoi problemi, la banlieue ne ha altri e l’interazione tra le due è estremamente complicata da un punto di vista politico. Dobbiamo metterci nell’idea che tra cinquant’anni l’80 per cento della popolazione vivrà in grandi megalopoli, la maggior parte delle quali sarà a meno di 100 km dal mare. La soluzione sta in un’adeguata governance a livello locale che dà spazio a misure di sviluppo molto più rischiose a livello politico.


Vorrei chiudere tornando a Delors, a una cosa che lei ha detto e che mi ha colpito molto. Lei ha detto che con Delors era forte la dimensione del sogno europeo. Per rilanciare un sogno europeo, però, è necessario passare dalla definizione di un’identità europea. Lei è particolarmente attento questo tema e ha creato una Cattedra di Antropologia europea all’Università di Lovanio, in Belgio. Saremo in grado di definire un’identità comune per ritrovare quel sogno?

Julia Kra˘steva ha detto: «L’Europa è l’unico posto al mondo in cui l’identità non è un culto, ma una domanda». Questa formula dice tutto. Gli europei sono gli unici al mondo a non percepire l’identità europea, principalmente per ragioni di rappresentazione. La nostra storia consiste nel distinguerci dai nostri vicini, il discorso nazionale (discorso sull’identità) è stato costruito sulle differenze con quelli che si trovavano dall’altra parte del confine. Questo è anche il caso delle identità regionali in un paese. La percezione delle nostre differenze oscura l’abbondanza delle nostre
somiglianze. È quindi molto difficile creare uno spazio politico senza un sentimento di appartenenza a questo spazio politico. Per andare avanti con l’integrazione europea dobbiamo fornire i mezzi di accesso a questa identità che gli storici e il resto del mondo riconoscono, tranne noi. La vera soluzione è nell’educazione sulle ragioni delle differenze che
percepiamo, ed è qui che comprendiamo la genesi delle differenze che, una volta comprese, scompaiono. La differenza è un costrutto e un senso di
appartenenza può essere costruito anche dall’osservazione e dallo scambio delle differenze.