Lamy e il voto tedesco: “Berlino non affronterà i nodi del futuro. Italia e Francia dovranno sistemare i conti”

Intervista all’economista francese: “La Germania dovrebbe occuparsi meno di sé e più del continente. Ma resterà riluttante”

PARIGI – Pascal Lamy, ex commissario europeo e direttore del Wto, ora alla guida del Paris Peace forum e presidente onorario dell’Institut Delors, che cosa cambierà per l’Europa con le elezioni tedesche?
«Non cambierà molto, ed è un peccato. La Germania è un grande ammiraglia che non modifica la sua rotta se non in minima parte e solo in casi eccezionali come abbiamo visto nell’ultimo mezzo secolo».

Non le sembra esagerato? Di recente la Germania ha compiuto per esempio una svolta permettendo la creazione del Recovery Fund.
«Ci sono state ovviamente delle svolte nel corso del tempo, avvenute sempre per effetto di crisi. Ma la direzione generale è rimasta quella dell’ordoliberalismo e del mercantilismo internazionale. È una costante che sarà confermata quale che sia il prossimo cancelliere e il dosaggio dei partiti nella futura coalizione di governo».

Nessun rischio all’orizzonte sull’eurozona, sull’integrazione economica, e in particolare sulla rinegoziazione del Patto di Stabilità?
«Se guardiamo ai tre possibili cancellieri, non emergono dubbi sul fatto che vorranno proseguire l’integrazione europea come finora: su una base geo-economica. E quindi sono convinto che anche sul Patto di Stabilità si troveranno delle soluzioni con la Germania post-Merkel. È una buona notizia. Francia e Italia non devono temere grandi scossoni. La notizia meno positiva è che questa weltanschauung, costrutita su ambizioni geo-economiche, è superata».

In che senso?
«Siamo entrando in un mondo più incerto e più pericoloso in cui la geo-politica ha ripreso il sopravvento. Da questo punto di vista la Germania ha maggiore riluttanza a impegnarsi nelle sfide che ci aspettano. La campagna elettorale tedesca è stata concentrata sull’agenda interna; assente il futuro dell’Europa rispetto a questioni stratetiche con Usa, Cina o Russia».

È una sorpresa o è sempre così?
«In parte lo sapevamo. La Germania dovrebbe occuparsi meno di se stessa e più del mondo, a cominciare dall’Europa. La Francia, al contrario, ha la tendenza a guardare sin troppo all’esterno mentre dovrebbe pensare a risolvere i suoi problemi interni per essere più credibile».

Per l’Italia è diverso?
«C’è una similitudine: i tedeschi vedono la Francia o l’Italia come una Grecia in grande. Quindi per essere presi sul serio a Berlino dobbiamo rimettere ordine nei nostri conti senza per questo cedere all’austerità. Ma al di là delle sfumature tra Cdu, Spd, Verdi o anche liberali, sono ottimista. Il dialogo tra Parigi, Berlino e Roma andrà avanti nell’integrazione economica. Però questo non è più sufficiente come ci insegnano le ultime crisi».

Perché?
«Molte delle crisi del nuovo secolo sono nate fuori dal continente europeo: subprime, immigrazione, Ucraina, Covid. E sono tutte in qualche modo ricollegate alla nostra capacità di proteggere l’Ue. Più che mai abbiamo bisogno della Germania per fare passi avanti su sicurezza e autonomia strategica».

E quindi della Difesa europea?
«Durante la presidenza Trump, Angela Merkel ha detto una cosa importante, ammettendo che non possiamo più contare solo sugli Stati Uniti per garantire la nostra sicurezza. Ma poi alle parole non sono seguiti i fatti. Per esempio l’impegno della Germania per stabilizzare un continente vicino come quello africano è minimo».

È una riluttanza dovuta alla storia novecentesca della Germania?
«Penso ormai che il problema sia più legato alla struttura economica, a legami commerciali con paesi come la Cina, all’atlantismo di un’élite tedesca che non vuole vedere il cambiamento in corso negli Usa. La Difesa europea è un bel concetto ma deve agganciarsi a una politica estera comune tra 27 paesi che per ora non c’è. Auguro buona fortuna a Josep Borrell che dovrà presentare la bussola strategica».

Elenco sul cito di Repubblica